XVII - FRANCESCO RUSTICI

Siena 1575 - 1626

San Sebastiano curato da Irene

Olio su tela, cm 116,5 x 139,5

Le qualità rivelate dalla pulitura spingono a collocare tra gli autografi del Rustichino questo bel San Sebastiano curato da Irene.
Si dota così di un nuovo numero il piccolo drappello di lavori dell’artista consacrati a questo tema, che gli fu caro negli ultimi anni della sua brevissima carriera, chiusasi a Siena nell’aprile del 1626.
E, non a caso, proprio un San Sebastiano restava incompiuto alla sua morte, insieme ad una Maddalena: quadri che avrebbe portati a fine il padre Vincenzo, per farne dono, nel 1631, alla compagnia di San Domenico, dove Francesco aveva militato con continuità fin dalla prima giovinezza (1).
Negli anni che vedono il pittore cimentarsi col pietoso episodio della Passio del Santo martire, quelli del terzo decennio del secolo, si scala parte delle sue documentate trasferte a Roma (2). E non c’è dubbio che proprio nella capitale pontificia, negli ambienti che in essa si trovò a frequentare, maturasse il primo approccio dell’artista al tema, ‘romano’ come pochi altri.
Se difatti nell’Urbe la fortuna del soggetto, con l’aprirsi del Seicento, trovava un movente decisivo nel clima di recupero di memorie e culti dei primi secoli cristiani, è pur vero che incentivo durevole per essa fu, almeno dalla metà del primo decennio, la forte affezione alla figura del martire coltivata in casa Borghese, presso il cardinal Scipione in particolare. Devozione che per certo molto doveva al titolo di abate commendatario della veneranda basilica di San Sebastiano fuori le mura che il cardinal nepote tenne lungamente, legando ad essa il suo nome col promuoverne il totale rinnovo architettonico e decorativo a partire dal 1607 (3).
Né da meno, nella cura delle memorie legate al martire, si dimostrarono i Barberini, e ciò ancora nel pieno del pontificato di Paolo V, all’avvio del secondo decennio (4).
Non è dunque da trascurare la presenza, nelle raccolte borghesiane, di un esemplare della fortunata invenzione del nostro Francesco (5). In assenza però di sicuri appigli documentari e temporali, per quanto sia verosimile un precocissimo ingresso del dipinto nelle collezioni del cardinale, riesce difficile di poterne affermare la precedenza sugli altri, e così ancorare ad una committenza Borghese l’inizio della ‘serie’ sebastianesca.
Tanto più che la versione che qui presentiamo sembra, rispetto alla tela romana, di qualche anno più antica.
Ma procediamo con ordine. Per quanto di dimensioni un poco minori, sul piano dell’allestimento generale il nostro dipinto si allinea a perfezione con gli omologhi di Roma, appena citato, delle Gallerie fiorentine e della chiesa di San Sebastiano a Narbonne (6). Col ‘tipo’ insomma che presenta il martire in languida posa girante, il braccio sinistro allungato in avanti a trovare l’appoggio di una pietra, così che il torso risulta in parte celato.
All’insegna d’un estetismo più esibito la seconda variante, rappresentata oggi, a livelli di qualità altissimi, dalle tele di collezione Pratesi (7) e del Museo di Arti Figurative di Ekaterinenburg (8): in esse la posa del protagonista maschile par meditata sul San Lorenzo scolpito per sé dal giovane Bernini sul 1616-17 (ora agli Uffizi).
Per tornare al dipinto che qui presentiamo, rispetto agli altri numeri del suo gruppo si segnala per un timbro pittoricamente più morbido, e pare in generale conformarsi a un tono ‘diminuito’. E ciò non tanto per l’esiguità del formato: per quanto ormai compreso nel nuovo corso naturalistico dell’arte del Rustichino, esso conserva in definitiva l’accento accostante della sua produzione precedente, e ancora poco tiene dell’aulica venustà e del “far grande” delle altre redazioni.
Ciò sembra sostenere, come si accennava sopra, una posizione di precedenza cronologica della nostra tela, che ci potremmo arrischiare a precisare in un’esecuzione sul 1620 o poco oltre: ne è prova ulteriore il fatto che la testa di Sebastiano si lasci leggere d’un fiato con quella del San Carlo Borromeo nel dipinto dell’Archivio di Stato di Siena, datato 1619 ma più verosimilmente eseguito l’anno successivo (9).
Per le tele della Borghese e delle Gallerie fiorentine sembra invece assai verosimile la collocazione sul 1625-26 proposta recentemente, con argomenti assai convincenti, dallo Spinelli (10).

Filippo Gheri


Note

(1) Si veda a questo proposito A. Bagnoli, Francesco Rustici, in L’arte a Siena sotto i Medici. 1555-1609, catalogo della mostra (Siena), Roma 1980, p. 107.
(2) M. Maccherini, Giulio Mancini. Committenza e commercio di opere d’arte fra Siena e Roma, in Siena e Roma. Raffaello, Caravaggio e i protagonisti di un legame antico, catalogo della mostra (Siena), a cura di B. Santi e C. Strinati, Siena, 2005, p. 307.
(3) Gli interventi promossi a San Sebastiano fuori le mura dal cardinal Scipione vantano ormai una larga bibliografia. Mi limito qui a rimandare a E. Fumagalli, Guido Reni (e altri) a San Gregorio al Celio e a San Sebastiano fuori le mura, in “Paragone”, 483, 1990, pp. 68-94.
(4) La loro cappella di Sant’Andrea della Valle, la prima a sinistra per chi entri in chiesa, includeva infatti il sacello che si volle intitolare a Sebastiano perché conservasse memoria della piccola chiesa del Santo abbattuta alla fine del Cinquecento per lasciar posto alla nuova fabbrica teatina. Per questo privatissimo ambiente Il Passignano, responsabile dell’intero corredo pittorico della cappella vera e propria, si vide affidata nel 1612 la pala col Ritrovamento del corpo di San Sebastiano nella Cloaca Maxima (saldatagli solo nel 1617).
(5) Si veda da ultimo la scheda dedicata al dipinto da Belinda Granata in Siena e Roma, cit., p. 378.
(6) M. Ciampolini, in Pitture senesi del Seicento, catalogo della mostra (Siena), a cura di G. Pagliarulo e R. Spinelli, Torino, 1989, pp. 18-20; R. Spinelli, Francesco Rustici e Giovan Battista Marmi in palazzo Panciatichi a Firenze, Firenze, 1997, pp. 24-25, 28.
(7) M. Ciampolini, in Pitture senesi, cit., pp. 24-25.
(8) V. Markova, Qualche nota sul Seicento senese: Rutilio Manetti e Francesco Rustici, in Studi di Storia dell’Arte in onore di Mina Gregori, Cinisello Balsamo, 1994, pp. 247-248. Non va poi dimenticata la tela bellissima, a lume di notte, del Museo di Amiens, che illustra il momento che precede immediatamente quello figurato nei dipinti in discussione (cfr. I. Auffret–Duriez, ‘Saint Sébastien soigné par Irène’ par Francesco Rustici (1592 – 1626) au musée de Picardie à Amiens, in “La Revue du Louvre”, LI, 4, 2001, pp. 55-65).
(9) A. Cornice, in Siena e Roma, cit., pp. 422-423.
(10) R. Spinelli, cit., p. 25.
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